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SHUTTER ISLAND

di Martin Scorsese

Soggetto: dall'omonimo romanzo di Dennis Lehane
Sceneggiatura: Laeta Kalogridis
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Scenografia: Dante Ferretti
Costumi: Karen O'Hara, Peter Young
Interpreti: Leonardo di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Max Von Sydow, Patricia Clarkson, Emily Mortimer, Jackie Earl Haley, Elias Koteas, John Carrol Lynch, Ted Levine
Produzione
: Paramount Pictures, Columbia Pictures
Distribuzione: Medusa Film
Nazionalità ed anno: Usa, 2009
Durata: 138'
Data di uscita: 5 marzo 2010
Titolo originale: id.
Sito ufficiale    

SHUTTER ISLAND
3 e mezzo
Scorsese è arrivato al punto della sua carriera registica in cui è riuscito a realizzare tutti i suoi sogni proibiti, i suoi progetti più personali (l'ultimo era Gangs of  New York): esauriti questi non resta che dedicarsi alla committenza; Shutter Island è nè più nè meno che questo, eppure la superficie è fin troppo ovvia per non nascondere qualcosa. Apparentemente è un solidissimo thriller a sfondo patologico/psicologico che gioca tutto sull'ambiguità tra normalità e pazzia (chi è il pazzo? "solo perchè dicono che sei pazzo, poi tutto quello che dirai contro sarà considerato parte della tua pazzia, una conferma" dice ad un certo punto Di Caprio),  e che già a una prima visione tradisce delle fonti da romanzetto bestsellers da viaggio in treno. Eppure, è davvero solo questo?

Se perfino la sceneggiatura sembra aliena alla visione del mondo di Scorsese - nel senso che sembra più votata a portare avanti la trama che a portare avanti un punto di vista radicale, come lo Scorsese migliore ha sempre fatto; se solo il finale - che non rileveremo - riesce a trasmettere quella disperata indagine sull'uomo e sulla società, rimettendo davvero in gioco tutto, mentre le quasi due ore e venti precedenti erano un classico e intuibile puzzle game con tanto di soluzione a pagina 46; se in tutto questo Scorsese non pare realmente essere presente, dove il regista italo americano ha messo nel suo? I setting, le atmosfere, la fotografia, i flashback sembrano puntare tutto verso un unico punto: verso il linguaggio filmico.

Le fonti d'ispirazione sono d'altra parte note: Scorsese aveva in mente moltissimi autori che fanno parte della sua formazione e sul loro cinema Scorsese ha indirizzato il suo lavoro (tanto da condividere i testi filmici di riferimento con la troupe intera). Così Shutter Island acquista l'aspetto di uno specchietto per le allodole: dietro ci sono Lang, Wiene, Preminger, Tourneur, i grandi cineasti del noir americano anni '40, Fuller, presenze filmiche che Scorsese amministra in una sorta di espressionismo sottaciuto, radicale nella sua apparente normalità. Il "corridorio della paura" che Scorsese vuole farci percorrere ruota tutto intorno a questo mare magnum di ispirazioni, fonti rielaborazioni. Shutter Island è un'siola fuori dal mondo, un'isola cinematografica dove tutto e il contrario di tutto accadono, si compenetrano,  risolvono la loro contraddizione tra loro; Shutter Island è allora prima di qualsiasi cosa (e fin da subito l'ultima, la più difficile da penetrare) un moto cinematografico dell'animo, per dirla romanticamente: essa nasconde in sè il germe e il nocciolo dell'espressionismo. La fotografia che cambia in continuazione con passaggi repentino di colori, dallo sbiadito al vivace, le situazioni squisitamente simboliche (le centinaia di topi che invadono da un momento all'altro la scogliera), gli ambienti labirintici, kafkiani (il padiglione C o il faro) i fondali quasi finti, la tempesta digitale, l'uso palese del reverse, gli inganni dell'immagine (la chiazza sulla roccia che da lontano sembra il corpo di una persona), i flashback (con i cadaveri ricoperti da una sorta di ragnatela, i fogli che volano) i sogni (dove tutte le realtà si compenentrano), i movimenti di macchina (il dolly iniziale alla Shining, o il carrello in soggettiva che ci conduce all'interno dell'isola) e ancora livello di narrazione  la riunione di tutti di dottori, gli interrogatori con i dipendendenti, la fin troppo intensa luce che abbaglia la cappella entro cui si sono riparati i due detective durante la tempesta; tutto questo e molto altro ancora concorrono a costruire un labirinto psicologico intimamente kafkiano, assurdo, emotivo, espressionista, ambiguo, eccessivo, (il)logico che inerisce a qualcosa di più profondo della semplice narrazione, che  a questo punto suona quasi come un pretesto, o meglio un pre-testo,un testo che viene prima in favore del testo vero e proprio.
Ha il sapore della sfida, questo operare "strano" di Scorsese: quasi come se volesse ricostruire o rifondare l'espressionismo cinematografico a partire dalla sua intima sensibilità (piuttosto che dalla realtà, e questo potrebbe essere il vero rischio) invadendo sotterranemente la patina superficiale della trama, puntando direttamente alle viscere, all'inconscio. Shutter Island è, per dirla alla Lynch un "INLAND EMPIRE", ove Scorsese conduce le prove generali per costruire il personale "espressionismo". Un laboratorio, un esperimento in corso: per ora solo supposizioni, intuizioni, curiosità, in attesa che Scorsese esca dall'isola e invada il cinema.
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