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FRANCESCA
di Bobby Paunescu
Soggetto e sceneggiatura: Bobby Paunescu
Fotografia: Andrei Butica
Montaggio: Ion Ioachim Stroe
Scenografia: Mihai Dorobantu
Costumi: Mirela Fraser, Monica Flaurescu
Musiche: Petru Bîrladeanu
Interpreti: Monica Dean, Doru Boguta, Luminita Gheorghiu, Teodor Corban, Doru Ana, Dana Dogaru, Ion Sapdaru, Mihai Dorobantu, Gabriel Spahiu, Dan Chiriac, Alina Berzunteanu, Monica Mihaescu, Dragos Marinescu, Ionut Simionescu, Ioana Diaconescu
Produzione: Mandragora Movies
Distribuzione: Fandango
Nazionalità ed anno: Romania 2009
Durata: 94'
Data di uscita: 27 novembre 2009
Titolo originale: id.
Sito italiano
2
Lungi dall’essere un film sull’Italia e il razzismo, come vorrebbero far credere le tagline della locandina e le polemicucce da quattro soldi scatenate dal politicante di turno e rimpolpate da una stampa abboccona, Francesca è piuttosto – o vorrebbe essere – un film sulla Romania, sui suoi problemi e sulle sue speranze, sulla sua ricerca disperata di una nuova identità, dopo decenni di dittatura comunista.
Così l’Italia è semmai solo una parte della metafora che vorrebbe essere il film, l’approdo, il porto irraggiungibile da cui ripartire per ricostruire un presente alla deriva di una nazione senza cittadinanza stretta tra un passato che ancora si fa sentire e un futuro incerto.
Ma la società rumena, vittima della corruzione e della malavita, non è ancora pronta a raggiungere questo sogno/approdo e così il pulmann di Francesca è destinato a non arrivare, lasciando Francesca (la Romania) ad una attesa definita, in balìa dell’incertezza.
Ma il film di Paunescu costruito formalmente su una pretesea di obiettività e di distanza, tradotti nella fissità dell’inquadratura mossa solo per brevi travelling a seguire è un film fondamentalmente immobile, vagamente accennato, troppo appigliato alla sua metafora per penetrare davvero quel reale che il regista avrebbe voluto restituire a testimonianza di un momento di transizione del suo paese e che invece è poco più di una giustapposizioni di simboli dotati di una minima funzione narrativa, simboli che spesso finiscono per diventare il vero centro della pellicola, rischiando però di divenire involucri vuoti difficilmente decifrabili (si veda la sequenza dove c’è il cambio autobus, secondo il regista simbolo di una difficoltà a ripartire della Romania – oltre al fatto che sono episodi che accadano realmente); stessa fine fa il contrasto generazionale, rappresentato da personaggi tipo al limite dello stereotipo.
Alla fine, paradossalmente a rimanere più impresse sono quelle poche sequenze dove Paunescu restituisce, mettendo in bocca ai suoi personaggi giudizi presi dalla strada, la percezione che ha una parte della Romania nei confronti dell’Italia, descritta come Fantozzi descriverebbe La Corazzata Potemkin, trasfigurando in chimera le voci di un razzismo sempre più crescente in Italia non solo nei confronti dei rumeni. Il gioco del telefono sintetizzato da Paunescu fa apparire il punto di vista in maniera genuina, portando – brevemente – a riflettere anche sul punto di vista dell’Italia, spingendoci a guardarci dentro, almeno per un istante.
Ma questi piccoli sprazzi di realtà (distorta, ma neanche tropp) non bastano a salvare un film troppo innamorato della sua metafora e immobilizzato da una ossimorica pretesa di obiettività della macchina da presa, combinazione di elementi che spesso volentieri annoiano più che inchiodare lo spettatore ad una riflessione inevitabile sul destino della società rumena.
Ma questi piccoli sprazzi di realtà (distorta, ma neanche tropp) non bastano a salvare un film troppo innamorato della sua metafora e immobilizzato da una ossimorica pretesa di obiettività della macchina da presa, combinazione di elementi che spesso volentieri annoiano più che inchiodare lo spettatore ad una riflessione inevitabile sul destino della società rumena.
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