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ANAMORPH
di Henry Miller
Sceneggiatura: Henry Miller, Tom Phelan
Fotografia: Fred Murphy
Montaggio: Geraud Brisson
Musiche: Reinhold Heil, Johnny Klimek
Scenografia: Carrie Stewart
Costumi: Eric Daman
Interpreti: Willem Dafoe, Scott Speedman, Peter Stormare, Clea Duvall, Don Harvay, Amy Carlson, Yul Vazquez, Samantha McIvor, Billy Wheelan, Paz de la Huerta, Desiree Casado, Robert C. Kirk
Produzione: Kamala Films
Distribuzione: Eagle Pictures
Nazionalità ed anno: Usa, 2007
Durata: 107'
Data di uscita: 26 giugno 2009
Sito italiano
L'ambiguo titolo doveva metterci in guardia. Ma l'ignoranza è crassa, si sa - anche la nostra, ovviamente. Quindi cogliere in quella parolina aliena il tipico rimando intellettualoide ad una qualche inquietante tecnica rinascimentale di distorsione delle immagini (la fascinazione che il Vecchio Mondo esercita ancora sugli americani è destinata a non avere fine) ci è stato impossibile. Come pure discernere il senso ultimo della pellicola senza un bignami, peraltro.
Ma proviamo assieme. Stan Aubrey (Willem Dafoe, angosciante e angosciato come sempre) è un detective prossimo al pensionamento. Cinque anni fa, come desumiamo sin dall'apertura immaginifica, confusionaria e presuntuosetta, ha contribuito a fermare Zio Eddie, un sanguinario artista dell'omicidio dedito all'allestimento esteticamente impeccabile e sufficientemente scenografico dei propri misfatti (ma la lezione magrittiana sulle tautologie non deve averla mandata a memoria: scrivere "MORTO" sul corpo della vittima è un tantino ridondante). Almeno così credevano tutti: ora che un nuovo ciclo di delitti - ben più barbaro del primo - terrorizza la città, infatti, si sospetta che un imitatore stia lavorando ispirato dal defunto serial killer. O che quest'ultimo avesse ben altra identità e si sia semplicemente nascosto nell'ombra per qualche tempo. Chi può dirlo con certezza? E se il coinvolgimento del nostro alcolico protagonista non fosse soltanto professionale? E se la struttura-base di questo thriller fosse già storia acquisita all'epoca di Seven? E se David Fincher abitasse decisamente altrove?
La verità, desume gravemente Dafoe nello studiare freddamente da diverse angolazioni le sculture umane realizzate dal folle a piede libero, dipende dai punti di vista. Ci tocca credergli per quasi due ore. E tocca credere anche al fatto che negli antri bui non esistano mai interruttori, che è accettabile che un detective interagisca con la scena del crimine fino a dipingerci su e che per farsi un nome nel mondo dell'arte underground si possa tranquillamente smembrare chi capita a tiro purché l'esito finale del riassemblaggio non sfiguri al Moma. Tanto, secondo vox populi, la critica è composta quasi esclusivamente di sciacalli: perché non dar loro in pasto direttamente quarti di essere umano? Quello che realmente indispone nel lavoro diretto e co-sceneggiato da Henry Miller, inverosimiglianze di genere a parte, è però la disomogeneità incoerente del tutto: personaggi chiave dai background nebulosi, snodi narrativi appena abbozzati o decisamente bypassati, nessi cruciali sottintesi, finale decisamente oscuro. Su internet si scatena la gara alla ricostruzione più fantasiosa: chissà che gli Ufo c'entrino qualcosa. Ah, una chicca: compare un paio di volte Peter Stormare nei panni di un pretesto ambulante. Piuttosto, preferiamo ricordarlo sbranato dai compsognati di Spielberg: bei tempi, quelli.



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